Avvento 2025
Commento al Vangelo del giorno, preparato dai nostri giovani
Mercoledì 24 dicembre
Dal Vangelo secondo Luca
1, 67-79
In quel tempo, Zaccarìa, padre di Giovanni, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo:
«Benedetto il Signore, Dio d’Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi un Salvatore potente
nella casa di Davide, suo servo,
come aveva detto
per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:
salvezza dai nostri nemici,
e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei suoi peccati.
Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio,
ci visiterà un sole che sorge dall’alto,
per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre
e nell’ombra di morte,
e dirigere i nostri passi
sulla via della pace».
Zaccaria torna a parlare. In un tempo come questo, diventa interessante e provocante un brano e un personaggio come questi. Un uomo che ha taciuto per nove mesi, una volta che ha la possibilità di parlare, non si sfoga con violenza per il silenzio vissuto, ma riparte benedicendo, letteralmente dicendo bene, e glorificando.
In un mondo come il nostro, dove gli spazi per parlare, virtualmente o concretamente che sia, non mancano, colpisce che spesso non ci sia una vera possibilità di dialogare. Se da una parte il rischio è che si sfoci nello straparlare, non creando luoghi di confronto (e di conforto), ma spazi segnati da una rabbia che nega l’essenza stessa del vero parlare, dall’altra fa riflettere come la molteplicità degli strumenti che dovrebbero favorire la vicinanza, paradossalmente, creino distanze maggiori.
In un tempo di paradossi come questo, Zaccaria ci parla. Parla a tutti noi. Non a caso le sue parole diventano per noi cristiani anche le nostre parole. Ogni mattina dell’anno, nella preghiera delle Lodi, questo suo canto di gioia, di speranza e di vita, diventa il canto della Chiesa che cammina, della Chiesa che mai si stanca di annunciare come il Signore ha visitato e redento il suo popolo. E lo fa portando proprio quella Parola che non urla, ma che sussurra al cuore come una brezza leggera (1Re 19,12), che mai impone, ma che sempre libera.
Questo Vangelo riporta al cuore di ognuno la domanda fondamentale, davanti alle nuove possibilità che abbiamo: cosa voglio e posso fare ora?
Una domanda che oggi spaventa, che forse non siamo neanche più abituati a farci, ma che, illuminata dal Signore, sole che sorge dall’alto, è la domanda primaria del cristiano che, chiamato a discernere, cerca la libertà vera. Così siamo chiamati a non essere uomini e donne di parole, ma uomini e donne DI PAROLA. Uomini e donne fedeli a chi per primo è fedele (2Tm 2,13). Dopotutto domani ricordiamo come la Parola si fece carne: senza rumore e senza clamore, ma con l’umiltà propria della Verità che libera.
Martedì 23 dicembre
Dal Vangelo secondo Luca
1, 57-66
In quei giorni, per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Grazie Signore per la tenerezza con cui ti mostri a noi oggi: quella di un Padre che crede profondamente nei suoi figli, in noi, in me. Quante volte anche io come Zaccaria non ti credo, non riesco umanamente a credere che quell’ amore e quella felicità che mi racconti sia reale e sia davvero per me.
Eppure tu, come hai scelto di affidare proprio a Zaccaria, Giovanni, ogni giorno scegli anche me, nella mia piccolezza, per essere strumento del tuo amore. Aiutami, Signore, a capire quali piccole o grandi cose, persone o situazioni, affidi proprio a me oggi.
Grazie Signore, anche per avermi donato la storia e l’esempio di Elisabetta e Zaccaria: a volte, fare le cose tue, seguire te e la tua strada non è semplice; capita che le persone attorno a me, la famiglia, gli amici, non comprendano e non capiscano le mie scelte. Dona Signore anche a me la determinazione e il coraggio di Elisabetta e Zaccaria, affinché possa essere anche io, nel mio piccolo, strumento tuo.
Lunedì 22 dicembre
Dal Vangelo secondo Luca
1, 46-55
In quel tempo, Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno
beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
L’anima mia ti magnifica Signore e il mio spirito esulta in Te, mio Dio e mio Salvatore, perché hai rivolto su di me il tuo sguardo. E scegli di abitare nei miei spazi più nascosti, più annodati, più miseri per donarmi la Tua luce e la Tua calda misericordia… che mi manca e di cui sento tanto il bisogno. Grazie perché ogni giorno, instancabile, vieni a innalzare le mie povertà, vieni a riscattare tutti quei momenti in cui non sono capace di donare amore. Grandi cose hai fatto per me Signore, grandi cose continui a fare ogni giorno anche per i tuoi figli, miei fratelli e mie sorelle, a cui non sono capace di voler bene.
Ed io riconosco le tue opere? Riconosco la Tua presenza viva nello sguardo delle persone, nelle mani che curano e accarezzano, nel sorriso che accoglie, nell’abbraccio che incontra e perdona? Riconosco il bisogno della tua misericordia nelle mie superbie, nella mia avarizia, nei miei egoismi?
Forse come ogni anno mi avvicino al Natale di corsa e un po’ affannata. Mi fermo oggi per ringraziarti per il dono di Maria, nostra madre, che canta insieme a noi la lode per Te. Maria che mi insegna e mi aiuta a muovere passi verso di Te, per affinare lo sguardo e diventare più sensibile alla Tua voce che sussurra nel mio cuore.
C’è una Terra dove tu mi attendi. Aiutami a fermare questo ritmo incalzante, anche solo per un momento, per farmi intravedere la tua promessa e alimentare in me la fede. Grazie per le persone che mi hai donato e che continui a donarmi, perché mi aiutano ad amarti sempre di più.
Domenica 21 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
1, 18-24
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
“Non temere”. Questo l’angelo del Signore dice a Giuseppe e questo mi ha ripetuto spesso il Signore nei Vangeli di questa settimana: “Non temere Giuseppe! Non temere Maria! Non temere Zaccaria!”. Anche oggi il Signore mi si fa vicino e mi invita ad affidare la mia vita nelle sue mani, mi e ci invita a guardare a lui a guardare al mistero di un Dio che si fa bambino e che sconvolge ogni logica umana. È un invito forte quello dell’angelo che a pochi giorni dal Natale risuona nel mio cuore e mi piacerebbe trasmettere anche a voi lettori: non temere se oggi hai una situazione irrisolta, un nipote o un figlio che non ti parlano più, un regalo da fare e la necessità di calcolare i soldi rimasti sul conto; non temere se sei da solo o da sola, se per l’ennesimo Natale senti che la tua vita è bloccata. Il Signore ce lo ripete: “Non temere, ci penserò io a te perché ti voglio bene!”. Giuseppe si trova sopraffatto dai suoi pensieri in quelle notti dopo che Maria gli ha consegnato l’annuncio della sua gravidanza. Giuseppe è uomo giusto, come è detto nel testo, e per la legge mosaica deve ripudiare Maria. Lo deve fare per rispetto della legge e di Dio, ma non capisce, qualcosa non gli torna. Prova a fidarsi di ciò che gli ha raccontato Maria, dell’annunciazione ricevuta dall’angelo, della promessa di Dio, ma fa fatica; cerca però una soluzione alternativa: ripudiare Maria in segreto di modo da non condannarla alla lapidazione. In questo spazio profondamente umano, in questo dubbio di Giuseppe, viene lasciato uno spiraglio per l’intervento straordinario del Signore che apre una strada laddove non sembra essercene nessuna. E il sì di Giuseppe a qualcosa di totalmente inaspettato ci permetterà tra qualche giorno di contemplare un Dio che si fa bambino. Che il Signore, anche oggi, ci doni la grazia di contemplare il suo sguardo d’Amore e la sua presenza anche in tutto ciò che ci spaventa o sembra ancora bloccato e irrisolto e ci doni il coraggio di dire anche oggi i nostri piccoli o grandi sì, basta un piccolo messaggio di auguri a quella persona con cui si sente di avere qualcosa in sospeso. Un piccolo gesto, un piccolo impegno per questa quarta domenica di Avvento, e il Signore opererà. Buona domenica!
Sabato 20 dicembre
Dal Vangelo secondo Luca
1, 26-38
Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
Il Vangelo dell’Annunciazione, ci ricorda che Dio non viene al mondo con rumore o con potenza, ma semplicemente attraverso una ragazza, in un paese piccolo come quello di Nazaret. Questo ci fa capire che Dio non ha bisogno di farsi vedere subito da noi o da altri, perché spesso passa nelle vie più nascoste della nostra vita e che, come un contadino in un campo deserto, semina.
Maria come possiamo vedere non è una persona che ha già tutto chiaro, anzi è turbata. Questo turbamento dobbiamo coglierlo come un turbamento prezioso perché nasce dall’incontro con Dio: spesso quando Gesù entra davvero nelle nostre vite ci scombina i piani, ci pone delle domande a cui magari non sappiamo ancora dare risposte. Ma la fede non è senza dubbi, non è senza domande, ma è piena di fiducia che aumenta anche se ne siamo sommersi.
“Non temere” dice l’angelo a Maria. Lei però non capisce subito come possa accadere quello che le è stato appena comunicato e non ha paura a dirlo apertamente, non finge, ma porta invece davanti a Dio la sua verità. Quello che dice poi: “Avvenga per me secondo la tua parola”, non è un si preoccupato o timoroso ma è coraggioso e maturo. Ogni volta che diciamo SI’ a Gesù gli permettiamo di entrare sempre di più nelle nostre strade secondarie, quelle più buie e nascoste. Lui non cerca persone perfette, ma cuori disponibili.
Venerdì 19 dicembre
Dal Vangelo secondo Luca
1, 5-25
Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccarìa, della classe di Abìa, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.
Avvenne che, mentre Zaccarìa svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso.
Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso. Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. Quando lo vide, Zaccarìa si turbò e fu preso da timore. Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccarìa, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elìa, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».
Zaccarìa disse all’angelo: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni». L’angelo gli rispose: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo».
Intanto il popolo stava in attesa di Zaccarìa, e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto.
Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: «Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini».
Zaccaria, davvero non ti accorgi che finalmente è per te? Troppo smisurato e fuori ragione per sembrare un dono possibile?
Forse ti sarai chiesto dove stava la fregatura. Siamo molto simili io e te, Zaccaria… c’è dentro tanta umanità nel tuo logico agire. Spesso mi convinco che quel desiderio non sia per me, che probabilmente ho puntato troppo in alto ed è meglio stare con i piedi per terra, guardare alla realtà. A entrambi però è svelato che siamo smisuratamente amati da Dio: Lui ci conosce veramente, ogni sogno e desiderio, ogni piccola e grande fragilità, anche la mia fatica ad amare, a fidarmi e lasciare a Lui lo spazio per agire. E nonostante tutto Dio c’è! Mi sprona ad alzare lo sguardo, a non aver paura di puntare in alto con i sogni. É come un papà innamorato perso della sua creatura, a tal punto da compiere per lei una promessa di felicità mille volte più grande di quella che da sola poteva sognare! Ogni volta va esageratamente oltre per amore! E il bello è che, come un buon papà, non impone nulla ma lascia spazio, lascia libertà di provare… anche di sbagliare. Tutto ciò che chiede è fiducia.
Allora sì, è possibile “camminare con i piedi per terra e con il cuore abitare il cielo”, fidandosi di Dio per vivere pienamente il presente, ricevendo in abbondanza mille volte di più di quanto desiderato.
Anche papa Leone questa estate al Giubileo dei Giovani ha ricordato con forza: “Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque voi siate. Non accontentavi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi la luce del Vangelo”. Quindi Non temere! Ritrova il coraggio di fidarti di Dio, torna a desiderare cose grandi!
Giovedì 18 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
1, 18-24
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele»,
che significa «Dio con noi».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
Dopo la genealogia dei discendenti della casa di Davide, nel vangelo di oggi ci viene raccontata la nascita di Gesù. Sulla scena ci viene presentata la madre Maria, e il suo promesso sposo Giuseppe, però c’è un problema: Maria si trova incinta prima del matrimonio, e la legge del tempo per questi casi prevedeva la morte per lapidazione. La scrittura però ci dice che Giuseppe era un uomo giusto, innamorato di Maria, non voleva di certo che le accadesse nulla di male; decide quindi di ripudiarla in segreto. Possiamo dire quindi che Giuseppe non è stato giusto secondo la legge del tempo ma secondo il suo cuore; mi ha sempre affascinato il silenzio e la grande fede di quest’uomo giusto secondo bontà.
Ci viene detto poi che proprio mentre stava pensando a cosa fare immerso nei suoi dubbi e nel suo non capirci più niente, gli appare un angelo. Nel momento di crisi e di solitudine, l’angelo lo chiama per nome: “Giuseppe”, e gli dice la sua origine: “figlio di Davide”. Quest’ angelo conosce davvero Giuseppe, conosce i suoi sentimenti e la sua storia, lo chiama e gli dice di non aver paura. Non temere Giuseppe, il bambino che è in lei è generato dallo Spirito Santo! Ma chissà che emozioni avrà provato Giuseppe davanti a una situazione del genere, quanti dubbi, quanta fiducia, quanta fede. Si è sentito chiamare per nome e si è sentito dire che tutto quello che non capiva era nel piano di Dio. Giuseppe ha dovuto scegliere tra ciò che era secondo la giustizia dell’uomo e ciò che gli diceva il suo cuore, ed è grazie a questa parola che trova la fiducia, sa che non può capire e si fida, inizia a credere, crede che tutto fa parte del piano di Dio.
Poi l’angelo dice a Giuseppe: “tu lo chiamerai Gesù”, non gli dice si chiamerà Gesù punto e fine, gli dice tu, tu Giuseppe, tu gli dai il nome, tu sarai suo padre e lo guiderai. Anche tu oggi sei chiamato ad esser giusto come Giuseppe, ad avere la giustizia di chi ama, ponendo sempre la fiducia in Dio anche quando non capisci, anche quando per te non ha senso: affida tutto a Lui che sa il tuo nome, sa la tua storia, un po’ come Giuseppe, fidati di quel Dio che da sempre conosce il tuo cuore e sa che sei chiamato a cose grandi.
Mercoledì 17 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
1, 1-17
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Àcaz, Àcaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.
Una lista di 41 nomi, 40 dei quali ripetuti due volte. Credo che non ci sia brano del Vangelo più noioso che quello di oggi: la “genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo” come ce la presenta l’evangelista Matteo, nei primi versetti del suo Vangelo. È questo brano, infatti, ad aprire il Nuovo Testamento. Se uno lo leggesse come pensa di leggere un romanzo, sarebbe deluso da queste righe iniziale, e ne abbandonerebbe ben presto la lettura. O andrebbe in cerca di brani del Vangelo più importanti e avvincenti: Gesù che guarisce i malati, che racconta le parabole, che vive la sua passione, morte e risurrezione.
Nomi difficili, numeri incomprensibili. Sembra questa, in poche parole, la sintesi di questo brano: e a noi, cosa resta? Riflettendoci, però, dietro ogni nome di questa genealogia, si nasconde in realtà un volto di una persona concreta, una storia concreta, un’avventura concreta. Dio, per entrare nella storia, è entrato nella storia singolare di ogni persona, nella storia di ogni nome e di ogni volto. E Gesù, che pure è un uomo, ha assunto alle sue spalle le storie singolari di chi lo preceduto, da Abramo fino a Giuseppe: 42 generazioni. La storia che celebriamo a Natale non è una bella fiaba, è la storia reale e concreta, spesso drammatica, di persone concrete che con la loro vita hanno accettato di essere parte della grande storia della salvezza che Dio ha compiuto. Matteo ci enumera 42 generazioni di motivi, per imparare dal Natale a considerare Gesù nella sua concreta umanità: l’ha assunta pienamente, per salvarla dal peccato, dalla morte, dalla dannazione eterna.
Non solo: in ciascuno di questi nomi troviamo storie luminose, ma anche storte, difficili, complicate, vite piene di errori, sbagli e peccati. Ma Dio non si arrende, come se a Lui piacesse particolarmente entrare nelle vicende complicate di famiglie e persone. Ogni nostra storia, in fondo, è complicata, non sempre luminosa, ma la buona notizia del Vangelo di oggi è sapere che anche le storie più difficili hanno come finale Gesù. Anche la nostra!
Ancora: tra i tanti nomi sono menzionate 4 donne: Racab, Rut, Betsabea e Tamar. Quattro donne pagane, non del popolo d’Israele, e per di più peccatrici. Sì, perché non sono le nostre opere buone che redimono il mondo, ma è il Signore Dio, che viene a toccare, risanare e guarire le nostre vite perché siano strumenti della sua grazia.
Infine: questa lunga lista ci mostra plasticamente la fedeltà di Dio alla sua Promessa: “come aveva promesso ai nostri padri, e alla sua discendenza, per sempre”: è esattamente questo, che Maria canta nel Magnificat, che si compie con la nascita di Gesù.
Domenica 14 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
11, 2-11
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
Nel Vangelo di questa domenica troviamo Giovanni Battista, che ha passato tutta la sua vita annunciando la venuta di Cristo, viveva nel deserto vestito solo di una pelle di cammello, mangiando cavallette e miele selvatico, ha visto lo Spirito Santo scendere su Gesù quando lo ha battezzato nel Giordano, l’ha chiamato “Agnello di Dio”… Eppure anche Giovanni, nel momento in cui è in difficoltà, messo in prigione da Erode, ha dei dubbi su Gesù.
“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”
Quello che mi colpisce è come Giovanni, nella sua incertezza, va direttamente da Gesù per avere chiarezza; non si tiene i suoi dubbi nel cuore e non ne sparla con i suoi discepoli alle spalle. E Gesù non si offende dei suoi dubbi, ma risponde, con semplicità usando le parole del profeta Isaia che anche Giovanni conosce. Non solo non si offende, ma subito dopo conferma la missione che Giovanni ha compiuto fino ad allora chiamandolo Profeta, il suo messaggero, il più grande tra i nati da donna. Questo modo di fare di Gesù mi aiuta a capire che Lui conosce il mio cuore e anche quando ho dubbi, domande o sono in difficoltà posso parlare con Lui, chiedere senza paura di essere giudicata, penalizzata o punita.
È vero che non possiamo capire tutto di quello che succede nella nostra vita perché “le vie del Signore sono infinite”, ma da questo episodio mi sembra di intuire che il punto di farsi delle domande non sia avere delle risposte pronte e precise, ma sapere di avere Qualcuno a cui appoggiarmi e di cui mi posso fidare. E di Gesù mi posso sempre fidare!
Sabato 13 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
17, 10-13
Mentre scendevano dal monte, i discepoli domandarono a Gesù: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elìa?». Ed egli rispose: «Sì, verrà Elìa e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elìa è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.
Allora i discepoli gli domandarono: “Perchè dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?” Tutto l’Antico Testamento si conclude con l’attesa di Elia, e il cuore dei Vangeli ha il suo apice sotto la Croce quanto tutti i presenti attendono che venga Elia. Dietro questa attesa c’è la promessa che ciò che conta ha sempre qualcosa che ne prepara la strada e lo indica.Ma Gesù ricorda ad alta vooce che il destino di tutti i profeti è quello di non essere riconosciuti nel momento in cui parlano e profetizzano: “Elia è già venuto e… hanno fatto di lui quello che hanno voluto”. E’ un’amara verità: capiamo l’importanza di qualcosa o di qualcuno quando ormai è troppo tardi. Eppure, basterebbe essere più semplici, più umili, più pazienti e leali, per accorgerci che il Signore riempie la nostra vita di ciò che conta attraverso le cose più normali e meno evidenti di cui è fatta la nostra esistenza. Vorremmo sempre un effetto speciale, ma la verità è che chi cerca effetti speciali non si accorge di quanta bellezza c’è nelle cose semplici che ci circondano e che ci parlano senza gridare.
E’ la lezione che ci insegnano i pastori: in quella semplicità disarmante, essi sono capaci di compiere un altissimo gesto di fede: “prostratisi, lo adorarono”. L’Avvento sia il tempo in cui far pace con un Dio che non ha bisogno di attirare l’attenzione per venire al mondo, ma necessita di un cuore attento che sa scorgere nel deattglio l’essenziale che si sta cercando e che, trovatolo, riempie la vita fino a farla traboccare di gioia.
Venerdì 12 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
11, 16-19
In quel tempo, Gesù disse alle folle: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».
A chi posso paragonare questa generazione? (Mt 11,16)
La risposta di Gesù arriva dritta al punto, pensando ad una scena molto comune all’epoca: dei bambini in piazza. Questi bambini, però, si “accusano” vicendevolmente, lamentandosi di non essere stati compresi dall’altro, portando come esempi quello che hanno fatto gli uni per gli altri: hanno cantato, hanno suonato, hanno dato agli altri la condivisione nella gioia e nel lutto. Ma lo fanno in modo strano: si lamentano da seduti. Sono come bambini senza la tipica vivacità che li dovrebbe caratterizzare. O meglio, una forza c’è: gridano. Ma il gridare è tipico di chi non sa più esprimersi, di chi non sa più dare spazio al dialogo. Forse che questa generazione dapprima abbia perso quanto di più importante? Che abbia perso la capacità di mettersi in dialogo con l’altro (e con l’Altro con la A maiuscola) senza portare finti trionfi o ricordi distanti, ma portando quanto di più importante, che è un cuore aperto e disposto a meravigliarsi ora e ancora? Che abbia perso il provare ad accogliere chi o cosa si ha davanti, senza prendere una posizione per partito preso? Dopotutto questo porta, fuori di parabola, a non riconoscere neanche più ciò che Dio ha fatto e fa.
Ma la buona notizia di oggi, credo, è questa: La sapienza è stata riconosciuta giusta. La sapienza, l’imperscrutabile modo di agire di Dio nella nostra quotidianità, è riconosciuta giusta. Magari ora con fatica, magari ora con più facilità. Sì, l’agire di Dio si mostra giusto, come quello di un padre e una madre amorevoli che, anche se non compresi, riconoscono di quanto ha veramente bisogno il proprio figlio, al di là dei capricci. Questo avvento sia per tutti noi questa possibilità, di tornare a meravigliarci nuovamente dell’operare di Dio nella nostra vita, di (ri)scoprirci ancora figli amati da un Dio che ci ha amato al punto tale da scendere sulla terra e camminare con noi.
Come disse papa Francesco: Il Signore ci ama al di là di ogni limite e difficoltà (Udienza del 08.11.2024).
Giovedì 11 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
11, 11-15
In quel tempo, Gesù disse alle folle: «In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono. Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell’Elìa che deve venire. Chi ha orecchi, ascolti!».
In questo brano del vangelo troviamo un Gesù che spiega: gli viene chiesto infatti di dare lumi sulla figura di Giovanni il Battista. Chi è questo personaggio? In che modo ha a che vedere con Dio? Le domande sono tante. Anche nella nostra vita capitano spesso tante cose che non siamo in grado di capire: le pieghe che prendono certe relazioni, le delusioni, l’arrivo di qualcosa di inaspettato. Se ci pensiamo bene non sembra essere cambiato nulla tra oggi e duemila anni fa, come se quel dai tempi di Giovanni fino ad oggi si riferisse proprio al nostro tempo: i giudei non capiscono chi sia Giovanni e noi non capiamo ciò o chi Dio manda per la nostra vita. Sono tante le domande che facciamo a Dio e spesso non solo cerchiamo ma addirittura pretendiamo una risposta! La risposta che Gesù dà certo non è delle più semplici e si fa davvero fatica a capire che cosa ci voglia dire. Si parla di Regno di Dio, di violenza, di Elia, di profeti.
Personalmente la frase che mi colpisce di più è “chi ha orecchi ascolti”: se vogliamo accogliere veramente quello che Dio ha da donare alla nostra vita dobbiamo smetterla di farci domande, ma dobbiamo aprire le orecchie! Dobbiamo metterci in ascolto di Lui! Dobbiamo smetterla di parlare solo noi a Dio (Mt 6: Dio sa già ciò di cui abbiamo bisogno ancora prima che glielo chiediamo) e invece dobbiamo aprire le orecchie del cuore per accogliere i suoi doni. Gesù infatti dice: se lo volete accettare. Gli uomini del tempo hanno fatto fatica ad accettare Giovanni per la sua diversità rispetto agli altri, per il suo messaggio intransigente, deciso e fuori dagli schemi.
E noi vogliamo accettare quello che Dio offre alla nostra vita anche se molto spesso non corrisponde alle nostre aspettative? O vogliamo lasciarlo andare restando fissi e bloccati sulle nostre convinzioni? Il Vangelo di oggi ci dà due semplici istruzioni: saper ascoltare e accogliere.
Mercoledì 10 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
11, 28-30
In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Dio é gentile, in queste righe a me arriva con infinita tenerezza questa immagine. Un Dio papà che mi chiama a casa, disinfetta le mie ferite e i miei malumori e mi prepara la merenda. Un Dio che ama. Questo sguardo nasconde uno dei regali più belli che un padre possa fare ad un figlio: il dono della Speranza. Dio e il suo modo persistente ma delicato di amare rendono possibile una cosa tanto sconsiderata quanto vera: il fatto che ci possa essere una risposta creativa e sorprendente al mio dolore, al dolore che ognuno si porta dentro. Dio ti chiama per amarti profondamente così come sei e la cosa per me straordinaria è che Lui si accontenta di questo: di amarci, di offrirci ristoro. Non ci chiede di essere meglio di quello che siamo, ma questo Amore se lo accogliamo con libertà è addirittura in grado di rigenerare; di rigenerarci nel profondo, di addolcire il nostro cuore rendendoci migliori nell’amare gli altri e rendendoci capaci di accogliere i nostri dolori. Sarà così che respirando questo sguardo, un giorno, magari in un momento difficile, qualcuno riuscirà a scorgere in noi i lineamenti di Dio perché quel peso insieme a Lui è davvero un po’ più leggero e quel giogo è davvero un po’ più dolce.
Martedì 9 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
18, 12-14
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».
Il passo del Vangelo di oggi ci propone l’immagine di un pastore che possiede un gregge formato da cento pecore. Durante il cammino, però, una pecorella si smarrisce e il pastore, quindi, lascia sole le novantanove sui monti per cercare quella smarrita. La situazione è posta sotto forma di domanda, la cui risposta, se trasposta in una situazione vicina alla nostra realtà quotidiana in cui immaginiamo noi nei panni del pastore, potrebbe non corrispondere a quella che avrebbero potuto dare i discepoli allora; probabilmente per noi non sarebbe sensato lasciare incustodite le novantanove, per tornare indietro a cercare una sola pecorella, ma sarebbe più conveniente abbandonarla a se stessa e proseguire il cammino con le altre.
Il pastore di questa breve parabola si dimostra invece scrupoloso a contare le sue pecore una ad una, per lui nessuna è indifferente. In seguito al ritrovamento della pecorella smarrita, il pastore prova una grande gioia, e forse è quello che prova Gesù ogni volta che ci ritrova. Egli è il pastore attento che lascia fiduciosamente le novantanove per andare a cercare quella dispersa: il suo è un amore che attivamente viene a cercarci, e, una volta raggiunti, non ci rimprovera, ma si rallegra. Attraverso queste parole, Gesù ci fa comprendere che, in quanto figli di Dio, siamo amati con premura e cercati attentamente in caso ci perdessimo, e che abbiamo un valore unico che dona dignità alla nostra esistenza. Noi siamo quella pecorella ogni volta che siamo distratti da vicende che non nutrono pienamente la nostra anima, deviando o bloccando il nostro cammino. A ciascuno, poi, la libera scelta di seguirlo per tornare dalle altre pecore, consapevoli che la volontà di Dio, nostro Padre, è che nessuno di noi si perda lungo il cammino, ma stia al sicuro sotto la protezione del buon pastore, Gesù.
Lunedì 8 dicembre
Dal Vangelo secondo Luca
1, 26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
Maria, una ragazzina che accetta un progetto che la supera. Ci ha fatto riflettere come Maria, giovane, promessa sposa, con chissà quali progetti e sogni nel cuore, abbia saputo andare oltre i suoi progetti, oltre le sue attese, oltre ciò che era per lei prevedibile. Ha detto sì ad un progetto più grande. Non semplice, non immediato. Ma più grande. E colpisce che prima di dire “sì” attraversi un momento di turbamento. Quindi no, Dio non chiede la perfezione. Dio non desidera che non vacilliamo mai. O che siamo sempre pronti e che ci vada bene sempre tutto. Impariamo a benedire anche quei momenti di turbamento, di sconforto, di apparente mancanza di senso. Anche da quei momenti passano i nostri sì quotidiani, dove quello che non cambia è l’assidua e continua presenza di Dio che ci ama. Sempre. E anche con i nostri “sì”, non detti senza timore, ma che vengono dal cuore, ci apriamo al progetto che Dio ha pensato per noi. Che supera i nostri progetti. Fidandoci e aprendo la vita ad un mistero più grande, che molte volte non capiamo, siamo in grado di fare scelte che sanno uscire dai propri confini, di morire un po’ a noi stessi per amare gli altri, di non aspettare la perfezione del momento ma accogliere i piccoli momenti di eternità nella nostra vita limitata.
Maria ci ricorda che la pienezza non arriva in un istante, né coincide con i nostri piani ben organizzati. Nasce piuttosto da un cuore che si lascia sorprendere e che accetta di dire “sì” anche quando tutto sembra superare le proprie forze. E così la grazia trova spazio, trasforma i limiti, rende fecondo ciò che sembrava fragile. In lei riconosciamo la bellezza di un Dio che non cancella le nostre inquietudini, ma le attraversa con noi e, grazie al nostro sì, apre sentieri nuovi e fa grande la nostra vita. Nulla gli è impossibile.
Domenica 7 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
3, 1-12
In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
“Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”.
Giovanni Battista ci invita ad avvicinarci a Dio, ci invita ad entrare nella logica di Dio, nell’amore di Dio.
Chi vorrebbe sfuggire da questo regno in cui qualunque sia la tua situazione, i tuoi pensieri, i tuoi luoghi nascosti in cui hai difficoltà proprio lì c’è qualcuno che ci dice che il Signore ci è vicino e che ci ama? Dio è già presente nella nostra vita, siamo già nel suo regno e siamo suoi figli, questa è la bellezza di essere cristiani: riconoscerci come figli di Dio e lasciarsi amare da Lui.
Con il battesimo, che anche Giovanni il Battista celebra in questo vangelo, abbiamo ricevuto questo dono gratuito di amore, che non segue la logica del mondo in cui per ricevere bisogna dare qualcosa ma con questo sigillo si riceve senza dare perché il suo amore è incondizionato. Quando riconosciamo che siamo nel suo regno e che seguendo Lui possiamo vivere una vita piena ci chiede anche di portare dei frutti, frutti di conversione perché la nostra conversione, il nostro battesimo, non siano sterili e fini a se stessi ma che portino in noi un riconoscimento di questo passaggio, per noi stessi e anche per chi vive vicino a noi. Così siamo chiamati a rimanere in Cristo per portare frutto del suo amore.
Sabato 6 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
9, 35-38. 10, 1.6-8
In quel tempo, Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
E li inviò ordinando loro: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
In questo Vangelo, mi colpisce tantissimo il modo in cui Gesù guarda le persone. Dice che le vede “stanche e sfinite”, come pecore senza pastore. Anche guardando la società in cui viviamo spesso ci sentiamo persi, pieni di ansie, di aspettative e di pressioni. A volte mi sembra di vedere tanta gente che corre, ma senza sapere dove sta veramente andando. Compresa me. E solo in questi momenti, in cui mi perdo, e commetto degli sbagli per cui non so più dove andare, il pensiero che qualcuno mi guardi con compassione, non per giudicarmi ma per aiutarmi mi fa sentire capita davvero, mi fa sentire amata.
In seguito, Gesù è come se ci dicesse che nel mondo c’è bisogno di un enorme bene, di un bene continuo, di ascolto e di cura… ma spesso nessuno si mette in gioco davvero; e non serve essere supereroi ma persone normali, come i discepoli, ognuno con i propri difetti, con le proprie caratteristiche, che, se messe in gioco creano luce per le altre persone. Quando Gesù manda i dodici discepoli, gli affida cose grandissime come: guarire, liberare, ridare vita. Anche noi, ovviamente senza fare miracoli, possiamo guarire con parole gentili, liberare qualcuno dalla solitudine, ridare vita con gesti buoni e gratuiti. Perché ormai viviamo in un mondo in cui si misura tutto, ma forse il vero cambiamento nasce proprio da ciò che facciamo senza aspettarci nulla in cambio.
Venerdì 5 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
9, 27-31
In quel tempo, mentre Gesù si allontanava, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!».
Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!».
Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». E si aprirono loro gli occhi.
Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione.
Un dettaglio curioso apre il Vangelo di oggi: due ciechi inseguono Gesù. Ci potremmo chiedere come abbiano fatto, eppure forse è proprio in questa contraddizione la chiave di lettura: ci sono cose nella vita di cui abbiamo così tanto bisogno che poco importa che mezzi abbiamo per ottenerle, perché c’è qualcosa di nascosto, intimo e interiore in noi che sa muoversi anche al buio pur di trovare appagamento. Tra queste, sicuramente, la nostra sete di felicità, di senso, di pienezza nella vita. E’ così forte in noi questo desiderio di essere felici, che facciamo di tutto per ottenerlo. Forse, a volte, lo cerchiamo nel modo sbagliato. Questi due ciechi sono l’immagine di noi, quando ci mettiamo a cercare in modo giusto, il senso di tutto, nel buio della nostra vita. E quel senso è Gesù. E lui si fa trovare, lontano dal clamore delle folle. E’ bello questo: Gesù tiene alla nostra vita, a ciascuno di noi, e ci guarisce se lo vogliamo, anche se nessuno se ne accorgerà mai. A lui non interessa farsi pubblicità, interessa guarirci, interessa amarci.
Poi una domanda, che Gesù fa ai due ciechi: “credete che io possa fare questo?”. Gesù non vuole metterci alla prova, ma spesso quando compie un miracolo nel Vangelo chiede a chi ha di fronte se anzitutto crede che egli possa farlo. E’ una preziosa indicazione: la prima vera condizione di un cambiamento consiste nel credere che esso sia possibile.
Credere in Lui significa credere nell’impossibile che solo Dio sa compiere nella nostra vita limitata, dove guardiamo solo ai nostri limiti, alle nostre fatiche, alle nostre paranoie, alle nostre ferite. Dio è più grande, e dall’incontro con il suo amore che guarisce e risana, non può che nascere il desiderio di “diffonderne la notizia”. Nella preghiera chiediamo al Signore Gesù di poter fare esperienza concreta del suo amore misericordioso.
Giovedì 4 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
7, 21.24-27
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Questo Vangelo ci mette davanti a una domanda importante: la mia fede è fatta solo di parole o anche di scelte reali? Sto davvero facendo la volontà di Dio? Non ci parla di grandi imprese, ma di fondamenta: qualcosa che non si vede, ma che regge tutto il resto. In questo Avvento ci possiamo chiedere “Su cosa sto costruendo?”. Sull’ansia di fare tutto bene? Sulla ricerca di approvazione? Sull’apparire? Oppure sulla roccia di Dio, che mi ama e resta con me anche quando arrivano le tempeste? Questo tempo di attesa può essere l’occasione per consolidare le nostre fondamenta. Gesù oggi ci invita a costruire sulla roccia, cioè ad ascoltare la Sua Parola e soprattutto a metterla in pratica nella nostra vita. Si tratta di non limitarsi alle buone parole e ai buoni propositi, ma di allenarsi ogni giorno a scegliere il bene, l’amore, la volontà di Dio. Le piogge, le inondazioni e i venti arriveranno lo stesso nella nostra vita, ma se la nostra casa è fondata sulla roccia di Dio, allora resisterà ai momenti difficili e alle sofferenze. Il Vangelo, vissuto veramente, ci aiuterà a rimanere in piedi.
Mercoledì 3 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo
15,29-37
In quel tempo, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E lodava il Dio d’Israele. Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». E i discepoli gli dissero: «Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?».
Gesù domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini». Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.
All’inizio del versetto 29, le folle portano ai piedi di Gesù “zoppi, ciechi, muti, storpi e molti altri”. Gesù guarisce tutti; non fa distinzioni: chiunque soffre è accolto. Chiunque si avvicina a Gesù può trovare guarigione, dignità e vita nuova. Matteo poi, riporta le parole di Gesù, che dice: “Ho compassione di questa folla… sono con me da tre giorni e non hanno da mangiare.” Questo è la prova che Lui non lascia “affamato” nessuno, non ti abbandona mai: se sei nel bisogno, Lui sarà il primo ad aiutarti, se lo vuoi. Anche se inizialmente i discepoli non sapevano come fare a trovare cibo in abbondanza per tutti, alla fine tutti mangiarono e furono saziati. Inoltre, Gesù non porta solo il “necessario”, ma cibo in abbondanza. Questo simboleggia un Dio che colma, che dona anche la Sua vita per te, che è disposto a stare sempre accanto a te e ad accoglierti sempre, anche se tu non lo vuoi. Lui è sempre lì, per aiutarti nel bisogno e per darti tutto quello che chiedi nella preghiera sincera.
Questo episodio così famoso del vangelo di Matteo, secondo me, ci invita ad avvicinarci a Gesù con le nostre ferite, come le folle, e fidarci della sua compassione e della sua bontà, anche quando ci sembra che ci manchi il necessario, che tutto stia andando male, o non ci sentiamo abbastanza. Fidiamoci di Lui, perché siamo tutti Suoi figli e vuole solo il meglio per noi.
Martedì 2 dicembre
Dal Vangelo secondo Luca Lc 10, 21-24
In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».
Ma sono capace di vedere tutta la bellezza che mi sta attorno? Sono capace di riconoscere la presenza di Dio in quella bellezza?
In questo vangelo Gesù dice: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete”. È un po’ come se mi riprendesse: mi chiama in causa e mi chiede se davvero sto vedendo la bellezza che si trova attorno a me ora.
Poco prima specifica anche che “queste cose” (forse la bellezza di cui parliamo? Il Vangelo non ce lo dice) sono rivelate ai piccoli, ma chi sono questi piccoli e come faccio io a farmi piccola perché anch’io possa vedere queste cose, perché possa vedere la bellezza che mi sta attorno?
Gesù in questo Vangelo parla dei piccoli in contrapposizione ai sapienti e ai dotti, quindi potrebbe essere che i piccoli siano coloro che non si perdono in cose astratte o pensieri filosofici ma che restano ancorati all’essenza delle cose; oppure forse potrebbe intendere i piccoli d’età, i bambini, coloro che hanno uno sguardo puro, incondizionato, coloro che spesso ci stupiscono per saper cogliere la realtà così com’è, coloro che sanno cogliere subito l’essenza delle cose; oppure Gesù con i piccoli intendeva i poveri, coloro che non hanno granché, ma non sono forse anche loro abituati a cogliere l’essenza delle cose e a farsela bastare?
Non so a che piccoli stesse facendo riferimento Gesù mentre parlava ma forse, in fondo, nascosto in quell’invito a cogliere la bellezza che ci circonda, ci sta chiedendo se siamo capaci di andare all’essenziale, a ciò che c’è davvero di importante in ogni situazione.
Lunedì 1 dicembre
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 8, 5-11
In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò».
Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».
Durante la lettura di questo brano, sono rimasta colpita per prima cosa dalla fede del centurione: sembrava quasi stesse parlando direttamente a me, che da qualche tempo mi interrogo sul perché non riesca a vedere tanti segni della presenza di Dio nella mia vita rispetto ad altri che mi circondano. Nel mio momento di dubbio, mi trovo davanti ad un soldato romano che chiede a Gesù una sola parola, per giunta a distanza, per la guarigione del suo servo malato. Infatti, è lui ad andare incontro al Signore e a scongiurarlo di aiutare; ciò che mi stupisce è il suo successivo rifiuto di portarlo a casa sua, poiché si ritiene indegno di lui. E questo avviene dopo che Gesù gli aveva già assicurato che avrebbe guarito il servo!
Per me, alla ricerca di segni, è rigenerante vedere un uomo che crede così tanto da volere una sola parola di Gesù, perché sa quanto questa sia potente.
D’altra parte, è affascinante vedere un Gesù che si meraviglia, lui che sa tutto, di questo atto di fede. Lo vedo come la soluzione per un Avvento più felice e sereno, ovvero di continuare a meravigliarsi di fronte alla vita, e avere il cuore aperto e pronto ad accogliere la bellezza che ci circonda.
In questo periodo di Attesa, chiedo per me stessa la fede del centurione, salda e forte nell’amore di Dio, e la capacità di Gesù di continuare a meravigliarmi. Ammetto che mi è sfuggito un sorriso quando ho letto che “una fede così grande”, mai vista prima in Israele, sia per il Signore quella professata da un centurione, un pagano, un ultimo che non dovrebbe saperne nulla di religione. Eppure, è proprio lui a colpire Gesù con la sua umiltà d’animo. Allora, in questo periodo di Avvento, invito me e tutta la nostra comunità ad essere umili e semplici nella nostra fede, poiché Dio non ci vuole perfetti, ci vuole e basta.
Domenica 30 novembre
Dal Vangelo secondo Matteo Mt. 24,37-44
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
